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12 marzo

La felicità è illusione

Kierkegaard ha però messo in luce gli aspetti negativi e distruttivi della possibilità. Scegliere una possibilità non significa garantirsi il successo per ciò che essa prospetta. Infatti una possibilità può sempre venir meno o non realizzarsi. E neppure la sua realizzazione è sicura e definitiva, perché nuove possibilità avverse possono sopraggiungere. Inoltre l'uomo vive immerso in un mare di possibilità minacciose: non c'è vita che si sottragga alla possibilità della morte; né stato di benessere che sia sicuro da ogni rischio; non c'è virtù o buona volontà che non sia soggetta alla possibilità del peccato. L'infinità e l'indeterminatezza delle possibilità future, in cui ogni possibilità favorevole è annientata dall'infinito numero delle possibilità sfavorevoli, fanno sentire all'uomo la sua impotenza. La possibilità distrugge ogni aspettativa e ogni capacità umana. Si rivela così l'angoscia, cioè il sentimento della possibilità. L'angoscia è il sentimento che si palesa dall'incertezza e dall'instabilità del futuro.

L'angoscia, a differenza della paura, che si riferisce sempre a qualcosa di determinato e cessa quando cessa il pericolo, non si riferisce a nulla di preciso e accompagna costantemente l’esistenza dell’uomo. Kierkegaard vive e scrive sotto il segno di questa incertezza: di fronte ad ogni alternativa, Kierkegaard si è sentito paralizzato per le infinite possibilità che gli si prospettavano. A suo giudizio, l’angoscia non è un sentimento che possa essere o non essere presente nell’uomo: l’angoscia è essenzialmente connessa all’esistenza umana, in quanto quest’ultima è divenire verso l’ignoto. L'angoscia è dunque letta come fondamento stesso della condizione umana, primigenio e ineliminabile.

 

Un grande pensatore come Kierkegaard (mi rendo conto che trascrivere un pezzo del suo pensiero così ha lo stesso senso di leggere la pagina centrale di un libro) ha scritto queste poche rige per definire la vita come possibilità.

La possibilità blocca quindi l'uomo alla scelta,imponendogli difficoltà e responsabilità sempre maggiori, fino a farlo bloccare in una stasi nella quale l'uomo si rende conto di essere impotente di fronte all'intera vita.

Il filosofo danese risolveva tutto affidandosi alla fede,che però credo essere inutile. Farei meglio ad andare in seminario.

Forse solo Montale l'aveva descritta meglio, questa sensazione di oppressione, di difficoltà, di casino, di asfissia che ti toglie lentamente il respiro e ti impedisce di vivere come vorresti. Ti senti legato da corde invisibili che ti fanno male i polsi, e sai che non puoi scappare in nessun modo a questa realtà.

Inoltre Kierkegaard diceva che esistono tre tipi di possibilità di vita:

Estetica

Etica

Religiosa

 

Estetica era il don Giovanni, fautore dell'oraziano Carpe Diem, che appunto, viveva alla giornata, fregandosene dei possibili domani. Il più sereno,senz'altro.

Etica era l'assessore Guglielmo (non so perchè un danese abbia scelto un nome come Guglielmo, che secondo me fa anche cagare) che viveva in maniera responsabile la propria vita e si poneva dubbi ed incertezze. La figura incarnata del marito responsabile, che sa di dover dare qualcosa alla vita, ma secondo il filosofo non sa bene cosa.

Religiosa era Abramo, colui il quale si affidava totalmente al Dio per farsi guidare lungo il suo percorso (bello scaricare le responsabilità così,eh Abrà?) e quindi aveva giustamente la via facile, a parte ovviamente credere in qualcosa che non si può nè vedere nè toccare nè sentire (sti cazzi.).

 

Conclusione del mio pensiero riguardo Kierkegaard. La felicità è un'illusione, mera e pura. Non è e non sarà mai possibile essere felici, poichè la nostra vita presenta degli scalini da superare in ogni periodo. Ricordate le vostre elementari? Vi sembrava impossibile fare tutti quei compiti, vero? Era solamente il primo gradino, solamente che non lo sapevate, non avevate idea che sarebbero esistiti davanti a voi gradini o scalini immensamente più grandi. Solamente, a guardare la vita lavorativa per un bambino di 10 anni è stupido, oltrechè inutile. Si cresce, le responsabilità diventa proporzionate a quello che devi fare, alle scelte, alla tua vita.

Ma... se non ce la fai a crescere? Se resti indietro? Allora i gradini diventeranno sempre più grandi, e tu inizierai a vedere che, dopo aver superato un gradino enorme, te ne aspetta uno ancora più grande. Lo vedrai, te ne renderai drammaticamente conto. E verrà un momento in cui spererai solamente di arrivare al primo piano, per poterti riposare.

Ragazzi, non esistono ascensori e non esistono primi piani, mi dispiace, davvero. Aprite gli occhi, è così. Siamo tutti rinchiusi in quattro mura di terra e aria e demoliamo glucosio per poter portare avanti la nostra specie. E' solo questo il nostro ruolo, il nostro fine e anche la nostra fine. Ci sono solamente due cose che rendono immortali, facendo sembrare la vita felice e completa.

L'amore è senz'altro una di queste. Quando si è innamorati si vuole solamente avere la persona amata, in qualsivoglia forma e in qualsivoglia luogo. E allora si proverà felicità. Ti senti semplicemente appagato dal respirare la sua stessa aria, sentire la sua voce e vivere per l'essere speciale che hai scelto.

La seconda cosa che ci rende immortali è la stupidità. Il non avere capito niente di questo discorso e vivere come un Don Giovanni qualunque, ignorando addirittura che la vita dovrà finire un giorno e che siamo destinati tutti alla stessa miserabile fine. Beati gli stupidi, sono felici, non hanno problemi ad accettare il mondo proprio perchè non se ne fanno di problemi, sanno (credono di sapere) quello che è giusto e lo fanno, senza pensarci due volte. A volte vorrei essere stupido, non mi merito la capacità di crearmi dubbi se non li so affrontare. Ma questa è decisamente un'altra storia.

Non so perchè ho scritto tutte queste cose solo per dire che sto giù. Forse davvero il cervello non mi aiuta.